LA COLLEZIONE

Al piano d'ingresso

L’esistenza di due capricci architettonici di Pietro Paltronieri a Palazzo Malmignati, uno caratterizzato da colori vivaci realizzato ad olio su tela e l’altro con tonalità più scure eseguito a tempera, rappresenta una testimonianza significativa della versatilità e della maestria di questo artista del tardo barocco.

Il capriccio architettonico ad olio su tela, con i suoi colori più sgargianti, probabilmente riflette la fase più matura della sua carriera, quando la sua tavolozza si aprì a una maggiore luminosità, influenzata dalla pittura veneta e anticipando le delicatezze del rococò. In quest’opera, possiamo immaginare di ritrovare la sua abilità nel combinare elementi architettonici reali e di fantasia con una pennellata più sciolta e una luce che esalta i dettagli e crea atmosfere suggestive e vivaci.

Al contrario, il capriccio architettonico a tempera, con i suoi colori più scuri, potrebbe appartenere a una fase precedente della sua produzione o riflettere le peculiarità di questa tecnica pittorica, che spesso tende a tonalità più terrose e a un modellato più definito. L’uso della tempera, specialmente in opere di grandi dimensioni destinate alla decorazione, era una pratica apprezzata all’epoca per la sua resa opaca e la possibilità di creare profili sagomati, integrandosi perfettamente nell’ornamentazione degli spazi.

La presenza di entrambi gli esempi a Palazzo Malmignati offre un’opportunità unica per apprezzare la gamma stilistica di Pietro Paltronieri e la sua capacità di adattare la propria visione artistica a diverse tecniche pittoriche, mantenendo sempre quel fascino per le architetture immaginarie e le prospettive teatrali che lo hanno reso celebre. Questi due dipinti diventano così preziose testimonianze del gusto decorativo e della sensibilità artistica del periodo tardo barocco, arricchendo il patrimonio culturale del palazzo.

Al piano nobile

Ciclo Pittorico di Sebastiano Ricci a Piacenza:
Quattro Scene dall'Antico Testamento

Questo straordinario ciclo pittorico, commissionato da un privato nella seconda metà degli anni Ottanta del Seicento, testimonia la sensibilità settecentesca di Sebastiano Ricci (Belluno 1659 – Venezia 1734), artista destinato a grande fama. Originariamente concepito per decorare gli ampi spazi di una villa o palazzo, le tele narrano episodi di storia sacra, un tema prediletto dalle collezioni della nobiltà.

Le quattro scene dell’Antico Testamento che compongono il ciclo sono:

  • Lo svenimento di Ester davanti ad Assuero: 
    Ricci teatralizza l’episodio biblico in cui la regina Ester, di origine ebraica, intercede non annunciata presso il re persiano Assuero per salvare il suo popolo dalla persecuzione di Amman. La scena è illuminata da un raggio di luce che focalizza la figura svenuta di Ester, con la ricchezza delle vesti che ne sottolinea il ruolo. Si nota l’influenza del teatro, un interesse che porterà Ricci a diventare scenografo a Venezia, e l’eco del colorismo veneto, in particolare di Paolo Veronese, visibile nell’abito di Ester.
  • Il ritrovamento di Mosè nelle acque del Nilo: 
    In questa tela, probabilmente collocata all’esterno, ritroviamo un abito simile a quello di Ester indossato dalla figlia del faraone. Questa ripresa di un elemento di costume suggerisce già l’interesse di Ricci per il mondo del teatro e il suo futuro lavoro come scenografo.L’episodio narra il salvataggio del neonato Mosè dalle acque del Nilo, dove era stato posto dalla madre per sfuggire all’editto del faraone. Il paesaggio sullo sfondo rivela la sensibilità atmosferica tipica della tradizione veneta di fine Seicento, mentre dettagli come la seduta a conchiglia dei personaggi anticipano il gusto barocco. Si riconoscono citazioni colte, come i cavalli ripresi da incisioni cinquecentesche, un motivo che si ritroverà anche in Tiepolo.
  • Mosè con i carboni ardenti:
    Unico episodio non tratto direttamente dalla Bibbia ma dalla tradizione ebraica, forse ripresa dagli scritti di Flavio. Il dipinto raffigura il giovane Mosè al cospetto del faraone che, per capire la sua natura, lo pone di fronte a carboni ardenti e oro. Mosè sceglie i carboni, bruciandosi la lingua, evento a cui si fa risalire la sua balbuzie. La tela presenta un forte contrasto chiaroscurale e una palette di colori più spenta, in linea con la solennità della figura del faraone. Si ipotizza un’influenza della pittura barocca italiana, forse appresa durante i viaggi di Ricci, con un possibile contatto con Luca Giordano.
  • Il convitto di Baldassarre: 
    Ambientato a Babilonia, l’episodio narra l’ultima notte del regno di Baldassarre, che durante un banchetto sacrilego in cui vengono utilizzati vasi del tempio di Gerusalemme, vede comparire una mano che scrive un messaggio divino incomprensibile. Solo il profeta Daniele riesce a interpretarlo, riconoscendo le parole in aramaico o ebraico antico: “Mane, Tekel, Peres” (“Dio ti ha pesato, ha pesato le tue azioni e Dio ti divide”), annunciando la caduta del re. Ricci rende la drammaticità della scena con commensali sconvolti e dettagli fantasiosi, come le braccia che si fondono con i vasi. La presenza di una statua, forse raffigurante una divinità pagana, sottolinea la dottrina dell’artista. La tavolozza è dominata dai toni del rosso, con un efficace uso del chiaroscuro, e si notano richiami a Paolo Veronese nell’abbigliamento di alcuni personaggi.

Questo ciclo rappresenta una preziosa testimonianza della maestria di Sebastiano Ricci e della sua capacità di interpretare temi sacri con una sensibilità pienamente settecentesca, anticipando le evoluzioni del gusto pittorico veneziano.